Ma certi ministri hanno capito cosa significa fare il ministro di una nazione?
Le parole del Ministro Zaia, Berlusconi senziente, sollevano un vespaio
Non esiste e non puo’ esistere alcuna “guerra” tra il cibo italiano e quello straniero. La cucina italiana e’ di sicuro quella che ha meno da temere in un confronto internazionale. Percio’, certi “provvedimenti” anti “invasione-straniera” sono solo una scusa meschina e pericolosa per non affrontare i nostri problemi e chi non li sa gestire e che piuttosto metteno a repentaglio le attività italiane all’estero.
Dallo scorso week-end sta rimbalzando in tutto il mondo la notizia che prima la citta’ di Lucca e poi perfino Milano, tanto celebrata per la sua internazionalita’, hanno messo al bando il cibo etnico, in virtu’ di una “necessaria” crociata a difesa del cibo italiano.
Certe cose rischiano di fare del male all’Italia ed agli italiani, alla loro cultura ed ai loro rapporti internazionali molto piu’ di un attacco terroristico.
la reazione ai commenti dello STRAITS TIMES, February 2, 2009:
Il grido di dolore, di rabbia e sconforto di un italiano all'estero: Guido De Simone,
E no! Ora BASTA!
Gia’ aprire e sviluppare un’attività italiana al’estero non e’ affatto facile. A complicarcelo o renderlo definitivamente impossibile non ci si metta pure chi rappresenta (o quantomeno “dovrebbe” o sarebbe “tenuto a” rappresentare) l’intera nazione a livello nazionale ed internazionale!
Ma dico, scherziamo? Ma e’ mai possibile che un italiano che invece di piangersi addosso e’ riuscito, malgrado tutto (e poi lo spiego cos’e’ quel “tutto”!), ad avviare la propria attivita’ all’estero o che la sta avviando proprio ora, debba aprire il principale giornale del paese che lo ospita e leggere che un ministro del Governo del proprio paese ha fatto delle dichiarazioni che chiamare pericolose e’ puro eufemismo?!
Se i giornali di mezzo mondo riportano la notizia che un rappresentante della Repubblica Italiana si permette il lusso di “plaudire” alle iniziative prese prima a Lucca e poi anche a Milano di proibire ulteriori aperture di ristorazione “non-italiana” e (cosa ancor piu’ grave, se vera) che tale iniziativa e’ stata addirittura “appoggiata” dal Presidente del Consiglio, Sivio Berlusconi, non e’ poi tanto sorprendente che gli stessi giornali poi titolino “LE CITTA’ ITALIANE METTONO AL BANDO IL CIBO ETNICO”.
Ma si rendono conto, costoro, di che cosa significa la parola RITORSIONE?!
Ci sono decine e decine di migliaia di ristoranti, bar, pasticcerie,negozi alimentari, gelaterie e punti vendita gastronomici italiani, disseminati in ogni angolo del mondo, per molti italiani all’estero uno dei pochi modi per fare dignitosamente impresa fuori dei propri confini nazionali. Tutte imprese nate grazie SOLO all’iniziativa del singolo, senza alcun supporto o soldo pubblico, e che, nel loro piccolo e nonostante qualche pressapochismo ed ingenuita’ romantica di chi e’ lontano dall’Italia da troppo tempo, sono spesso l’unica vera forma di rappresentanza e rappresentazione pubblica del Bel Paese all’estero.
Visto che il 90% del mondo e’ fatto proprio di quei paesi “etnici” il cui cibo, secondo il nostro Governo, dovrebbe essere bandito dalle bocche degli italiani e lo dicono pure pubblicamente… cosa si aspettano che le popolazioni di quell’enormita’ di paesi facciano?
Certo, i più calmi e moderati ci sorrideranno su e, se andavano a mangiare italiano ogni tanto perche’ piaceva loro, continueranno a farlo.
Pero’ ci sono pure i piu’ permalosi e “sciocchini” (diciamo cosi’), come in ogni paese del mondo (Italia compresa, a quanto pare, no?), che se la possono prendere alquanto per come i propri compatrioti vengono ingiustamente (e lo sottolineo: INGIUSTAMENTE) trattati in Italia.
Il minimo che può accadere e’ che non vadano piu’ a mangiare italiano e che ne sparlino a mezzo mondo.
Poi ci sono certi paesi dove i facinorosi sono fin troppo attivi ed e’ come se fosse stato loro offerto su di un piatto d’argento un perfetto obiettivo da colpire, per “punire quei sedicenti razzisti e xenofobi degli italiani”.
Peraltro, cio’ non riguarda solo il settore gastronomico. Le insegne italiane nel campo della Moda, delle auto e moto, del mobile e componente d’arredo, ma anche nelle migliaia di macchinari industriali e componenti ad alta tecnologia tutti italiani prodotti e venduti nel mondo. TUTTI vengono messi a rischio nell’eventualita’ che gli italiani divengano un’obiettivo di RITORSIONE.
Dico un perfetto obiettivo perche’ non e’ che noi italiani siamo un granche’ organizzati per proteggere i nostri interessi ed i nostri connazionali all’estero. Ne’ tantomeno siamo di certo attrezzati per una reazione adeguata, in stile americano, per capirci.
No, non e’ il nostro caso… E allora? Perche’ diavolo ci si permette il lusso di metterci tutti in pericolo senza avere neanche le palle per proteggerci?
E poi, chi diavolo crede di rappresentare, il nostro Governo? L’Italia di certo e’ in stragrande maggioranza tutto meno che xenofoba o razzista.
Noi italiani siamo amanti della pace e del saper vivere con tutti. Lo sappiamo fare a casa nostra e, qualora lo si sia dimenticato, lo sappiamo fare e l’abbiamo ottenuto anche con molta fatica e pagando duro in tutto il mondo, dove ci sono ben oltre 80 milioni di nostri compatrioti con sangue italiano, alle volte miscelato con altri, ma pur sempre italiani che si sentono tali e vorrebbero essere fieri del proprio paese (ed alle volte gli italiani in patria glielo rendono proprio difficile o penoso, a partire da certi personaggi politici).
Piuttosto, xenofobia e razzismo noi italiani li abbiamo subiti in molti altri paesi e perfino in casa nostra per secoli.
Il cibo degli altri? Si’, nonostante noi italiani siamo viziati e coccolati da un’invidiabile disponibilita’ di leccornie di casa nostra, sia in termini di quantita’ che di qualita’, ogni tanto ad alcuni di noi piace scoprire ed apprezzare cosa si mangia altrove. E allora?
Intanto, questo riguarda ancora fin troppo pochi italiani, anche se in crescita. I quali peraltro non rinunceranno mai a mangiare italiano. Questo e’ poco ma sicuro!
Percio’, visti i numeri, non e’ questo il motivo che possa mettere “in pericolo” la cucina italiana.
Al contrario, i politici italiani facciano lo sforzo di seguire una strategia con coerenza: se si vuole “sprovincializzare” gli italiani, come un ben piu’ adeguato insegnamento delle lingue straniere sembrerebbe implicare (stabilito che, al di la’ dell’immancabile inglese, molte altre lingue sono e saranno sempre piu’ utili), imparare ad assaggiare capire ed apprezzare il cibo altrui contribuisce a fare di chiunque un potenziale “cittadino del mondo”. Altrimenti, prove alla mano, ben pochi potranno dignitosamente rappresentarci nel mondo e creare rapporti di rispetto RECIPROCO.
Certo, in periodi neri in cui la stragrande maggioranza del paese cerca di risparmiare su tutto, andare a mangiare dove costa un po’ meno aiuta.
Ma magari sarebbe il caso di notare che, piu’ che colpa del cibo altrui se costa poco, forse sono i ristoranti italiani che costano troppo!
O qualcuno fa finta di non sapere piu’ cosa e’ accaduto ai prezzi dei menu italiani durante la transizione dalla Lira all’Euro, sotto il naso “distratto” dei due governi succedutisi?
Ancora oggi, di fatto, con la scusa che anche i prezzi all’ingrosso sono ormai lievitati, i prezzi per mangiare nel Bel Paese sono al doppio di quello che erano a dicembre del 2000, salvo poche eccezioni.
Quindi, prendercela con il cibo straniero, a me sembra un modo meschino per non affrontare i VERI problemi di casa nostra… O il mezzuccio di certi politici per lanciare un osso/contentino ai piu’ arrabbiati e distrarre l’opinione pubblica dalla propria incapacita’ di goverrnare adeguatamente i veri problemi.
Non mi interessa chi e’ al governo, non e’ una questione di parte. Come ricordavo prima, ambedue le parti seppure alternatesi, hanno fatto un piu’ desolante NULLA per intervenire.
Al Ministro che tanto esultava e si e’ vantato di non aver mai mangiato nulla al di fuori dell’amata cucina veneta, faccio presente che:
1) Non dovrebbe rappresentare un Paese in un settore, l’Agricoltura, che e’ tutto meno che un mero problemino di casa nostra. La sua colossale (quanto paradossalmente dichiarata con vanto) ignoranza in merito al modo di mangiare altrui (e conseguentemente ai loro prodotti agricoli) ne fa un pessimo rappresentante nazionale, specialmente per il settore.
2) Si difende di piu’ gli interessi dell’Agricoltura italiana rendendola popolare (e non impopolare!) negli altri paesi. Magari il signor Ministro Zaia dovrebbe ricordarsi che dichiarando che i containers di cibo straniero dovrebbero essere fermati, tale misura potrebbe essere adottata anche “contro” i containers di cibo italiani. E, creda, signor Ministro, ci rimettiamo noi!
Si ricordi, piuttosto, d’avere cotante palle al momento di alzare veramente la voce presso le autorita’ Europee quando ci vengono imposti metodi di produzione che sono un pugno nello stomaco.
3) Dovrebbe fare il “veneto” fino in fondo e vada a passare a Venezia qualche giorno… e poi ci dica se ritiene che quello che si mangia nel centro storico della laguna più famosa del mondo rappresenti degnamente il “buon mangiare veneto che non solo lui ama. Anch’io, e mi ha dato alquanto fastidio non sapere dove portare i miei ospiti, italiani e (ancor peggio) stranieri, a mangiare decentemente i piatti locali senza spendere una fortuna. E di questo, si’, dovrebbe farsi carico quale rappresentante degli elettori veneti. Senza tanta grancassa e con fatti concreti.
Visto che l’amministrazione comunale di Venezia e quella provinciale e regionale sono stati per molto tempo dell’altro colore politico, il problema e’ bipartisan, ed un ministro della Repubblica proprio spietatamente bipartisan dovrebbe essere.
Un’ultima considerazione.
La partita del cibo non si vince cercando di tenere gli altri giocatori fuori dal campo. Questo denota solo una gran paura degli altri. Ed il paradosso e’ che proprio la cucina italiana e’ quella che nel mondo ha meno da temere. Troppo forte e troppo buona per essere messa con le spalle al muro.
Piuttosto, dovrebbe essere fatto qualcosa di concreto per farla conoscere un po’ meglio nel mondo.
Non si preoccupino, i nostri membri del Governo italiano. Questa non e’ una richiesta di finanziamenti o altro.
Noi imprenditori italiani all’estero siamo ormai abituati a lavorare da soli.
Solo, per cortesia, lasciateci lavorare in pace, senza uscirvene fuori ogni tanto con la sciocchezza di turno che ci rende la vita un inferno dovunque siamo.
In sostanza, voi pensate a fare degnamente il dovere per cui avete voluto il voto e ricevuto la fiducia degli italiani.
Senza dimenticare che in quel ruolo voi non rappresentate piu’ il vostro partito e le sue visioni di parte, pur sempre limitate.
Voi rappresentate l’ITALIA TUTTA e non solo una minoranza di cui oggi, da italiano, mi avete comunque fatto vergognare, dando dell’Italia un’immagine gretta e limitata.
Post Scriptum
MALGRADO TUTTO
Le imprese di pressoche’ tutte le nazioni degne di questo nome che appartengono alla categoria del “Primo Mondo” possono contare su di un supporto concreto da parte del proprio sistema nazionale dedicato al sucesso internazionale delle proprie aziende nel mondo.
Chi piu’ con strutture pubbliche, chi piu’ con servizi privati. Chi conta piu’ sull’efficienza e sul peso della propria rete diplomatica, chi sul peso internazionale del proprio governo, chi sull’influenza delle proprie banche. Chi addirittura sulla presenza militare del proprio paese.
Fatto sta che qualsiasi sia il modo e lo strumento, sembra che pert gli altri alla fin fine funzoni. Le loro aziende, sia le grandi che le medie e le piccole, riescono a penetrare nei mercati altrui senza eccessivi ostacoli.
L’Italia sembra un pianeta tutto a se.
Inanzitutto non e’ affatto UN sistema. Si potrebbe piuttosto definire un’accozzaglia di sistemi, per lo piu’ in una ridicola quanto deleteria concorrenza tra loro.
Chi ne paga le spese, ovviamente, sono gli italiani, nel senso letterale della cosa.
Le Ambasciate e Consolati d’Italia con i propri Addetti Commerciali, l’Istituto Italiano per il Commercio Estero (ICE, detto all’estero “Italian Trade Commission”), le Camere di Commercio Italo-PaeseStranieroDelCaso (alle volte enti privati di cui non si capisce bene chi tiene le fila), Camere di Commercio di una specifica provincia italiana non-si-sa-come lì presente, istituti privati con funzioni para-diplomatiche che in alcuni paesi “scomodi” contano più della nostra ambasciata (vedi il caso dell’Istituto Italiano per l’Asia), stesso dicasi in alcuni paesi dove si scopre che ha piu’ senso farsi presentare dalla gerarchia ecclesiastiche di Santa Romana Chiesa in quel paese.
Fatta eccezione per quest’ultimo soggetto (ma vai a sapere…) tutti gli altri sono in qualche modo pagati per lo piu’ dai contribuenti italiani.
E non finisce qui. Si aggiungono i vari Enti Locali (Regioni, Province e perfino Comuni) che aprono una loro rappresentanza in altri Stati (in Cina sembrano gli alberghi del Monopoli). Ma, abbiate fiducia, l’Italia abbonda di Enti d’ogni natura e scopo. Gli unici che vale la pena di citare sono gli Enti Fiera, la cui utilita’ in certi casi e’ indubbia, ma che rendono la situazione ancor piu’ confusa se agiscono per loro conto.
Se la cosa funzionasse, poco conterebbe. Ma non e’ cosi’. Nel torbido di acque cosi’ travagliate, funziona come solo un sistema feudale puo’ fare: per chi si vuol fare funzionare, di solito i piu’ ammanicati ed i pezzi da novanta, che peraltro potrebbero gia’ fare certe cose per loro conto, avendone le energie finanziarie, mache non hanno motivo di non approfittare di un metodo che sembra fatto apposta per chi ha gia’ potere.
Un po’ quello che avviene con il nostro sistema bancario, che finanzia solo chi ha gia’ un patrimonio e percio’ garantisce l’operazione… Bello sforzo! Dare soldi solo a chi li ha gia’. Di fatto, cio’ denuncia l’incapacita’ delle banche italiane di essere delle vere banche, capaci di valutare se le idee imprenditoriali sono valide e se le persone che le presentano siano credibili. Quella si’ sarebbe una scommessa vera. Ma poiche’ non sono all’altezza di tale compito, perche’ rischiare?
Risultato, ni italiani siamo gli unici imprenditori d’Europa che si devono arrangiare con i soldi propri o prestiti vicino a tasi da strozzo.
Pertanto, sui mercati internazionali le PMI italiane prendono le briciole, quando sono fortunate.
Ed in effetti, alle volte non ne vale neanche la pena. Perdere tempo solo per orizzontarsi e capire Chi fa cosa, significa buttare tempo e denaro ulteriore. Tanto vale far da se.
Per un imprenditore italiano tentare l’avventura all’estero e’ come scendere in campo (di grandezza globale) per giocare a calcio da soli contro tutti gli altri organizzati in efficienti squadre.
Il risultato e’ che deve faticare da 3 a 10 volte piu’ di un americano, o di un tedesco, o di un Inglese, o di un francese, ecc. ecc.
Meno organizzati di noi sono veramente in pochi.
Va notato che negli ultimi anni sono stati fatti corposi investimenti in formazione del personale per migliorare la qualita’ dei servizi della rete dell’ICE nel mondo. Peccato che sia i delegati dell’Istituto che la rete diplomatica abbiano ben pochi fondi per agire.
All’ICE e’ stata apparentemente data l’autonomia economica, ragion per cui, si dovrebbe auto-finanziare facendo pagare i propri servizi a chi ne usufruisce. Ma cio’ rimarra’ pura illusione fintanto che:
1) esistono altre entita’ che di fatto gli fanno concorrenza sulla stessa piazza, (i piu’ confusi da cio’ sono proprio gli stranieri che non capiscono perche’ ci facciamo del male cosi’ palesemente!);
2) i delegati ICE siano scelti e confermati unicamente sulla base dei RISULTATI ottenuti, fermo restando che:
a – siano dati loro gli strumenti necessari per
perseguire l’obiettivo fissato (inclusi i soldi),
b – i “concorrenti”, a partire da quelli di natura pubblica, ma
anche quelli che vivono comunque di denaro pubblico,
siano messi in condizione di non nuocere,
c – la loro valutazione dipenda anche e soprattutto dai pareri
forniti dalle aziende italiane, indipendentemente dalla loro
dimensione, che hanno usufruito dei servizi ICE
di quella sede.
… e se nonostante cio’ detti dirigenti non danno risultati, vengano sostituiti con persone all’altezza del compito;
3) I bilanci ICE siano comunque ripianati dallo Stato e percio’ dai contribuenti;
4) Lo Stato ed il Ministero da cui l’ICE dipende non fissino obiettivi precisi, quantomeno fissati con le associazioni imprenditoriali. E se tali obiettivi non vengono raggiunti, la dirigenza dell’ICE venga rimpiazzata.
Forse allora qualcosa funzionerebbe.
… Oppure… Accidenti! Ho sbagliato tutto! In realta’ questa situazione ha un senso: e’ un modo astuto e rivoluzionario per incoraggiare le aziende italiane a farsi le ossa e forgiarne le capacita’ di sopravvivenza in situazioni estreme. Che sciocco a non averci pensato prima! Grazie “Sistema Italia”!
From STRAITS TIMES, February 2, 2009: